OAR@UM Community: /library/oar/handle/123456789/3227 Sun, 31 May 2026 23:16:08 GMT 2026-05-31T23:16:08Z 'Voi siete dunque chiamati all’associazione. Essa centuplica le vostre forze' : il pensiero associazionistico di Giuseppe Mazzini fra reminiscenze del mondo classico e risonanze imperiture /library/oar/handle/123456789/144839 Title: 'Voi siete dunque chiamati all’associazione. Essa centuplica le vostre forze' : il pensiero associazionistico di Giuseppe Mazzini fra reminiscenze del mondo classico e risonanze imperiture Abstract: Nelle sue opere, in particolare in quella maggiore Dei doveri dell’uomo (1860), Giuseppe Mazzini (Genova, 1805 – Pisa, 1872) – uno dei protagonisti dell’Unificazione d’Italia, nonché una delle personalità più celebri del suo secolo e di quello successivo, non solo nella sua patria, ma a livello internazionale – insiste incessantemente sulla necessità imprescindibile che l’uomo viva in maniera fraterna e comunitaria piuttosto che in isolazione, mirando al bene comune di tutti i popoli del mondo che costituiscono l’intera umanità, anziché all’interesse individuale che in effetti porta all’egoismo, danneggiando la società e l’umanità in generale. A seconda del suo pensiero anti-individualista e antimaterialista, l’uomo nasce in una famiglia, e la fusione di ciascuna d’esse costituisce la nazione, e infine, l’insieme di tutte le nazioni e di tutte le patrie, costituisce l’umanità, ovvero il gruppo più largo; pertanto, Mazzini crea il nesso stretto e interdipendente uomo-società poiché, secondo lui, l’uomo da solo è privo della forza, indebolito e incapace di portare alla sua realizzazione la “Legge di Dio”, ossia la “Legge di Progresso”. Mazzini, quindi, insiste fermamente sull’associazione, che definisce come la moltitudine delle forze dei molti, la quale non è semplicemente un diritto, ma per lui, associarsi è soprattutto un dovere, un obbligo conditio sine qua non, come testimonia il decimo capitolo del suo capolavoro, in cui delinea il processo attraverso il quale l’uomo, educandosi e associandosi grazie alla libertà, raggiunge il fine culminale, ovvero il progresso. Poiché sono stato ispirato da una frase, tratta da Dei doveri dell’uomo – da cui questa tesi prende parte del titolo – la tesi è imperniata attorno all’associazionismo, alla fratellanza e all’unionismo mazziniano, ponendo in rilievo l’ambivalenza dell’eroe risorgimentale in mezzo tra patriottismo e cosmopolitismo. Non potendo studiare e analizzare il pensiero mazziniano in maniera isolata, il presente lavoro abbraccia quindi un approccio metodologico comparativo, avvalendosi di riferimenti a opere e discorsi di altri pensatori e personaggi, in base a criteri storici e/o sociologici, influenti – anche se, per motivi di storicizzazione, non sono strettamente sempre legati in maniera implicita o esplicita a Mazzini, oppure, perlomeno, lo sono solo in modo remoto – per poter tracciare sia le convergenze e analogie, sia le divergenze nonché, perlopiù, contrapposizioni tra di esse, affinché il principio associazionistico possa essere afferrato complessivamente. Il presente lavoro consta di una triplice parte in cui la triade Mazzini-mazzinianismo-associazionismo è sempre presente e intesa come punto di partenza e d’arrivo, la cui comprensione è ritenuta come il fine maggiore. Tracciando le reminiscenze degli ideali associazionistici sin dai classici antichi greco-romani e seguendo le orme di coloro che, in un modo o in un altro, incisero la loro impronta sull’aspetto associazionistico del pensiero mazziniano, questa tesi focalizza in parallelo l’attenzione sulla nascita, la maturazione e il culmine d’esso e dei suoi ideali universalistici, tramite un’analisi approfondita di molte delle sue opere facenti parte della sua opera omnia, e osservando attentamente anche le risonanze imperiture della triade in diversi contesti, relazionandola al contempo al quadro nazionale italiano, internazionale e contemporaneo, e ponendone in rilievo la sua attualità. Description: M.A.(Melit.) Mon, 01 Jan 2024 00:00:00 GMT /library/oar/handle/123456789/144839 2024-01-01T00:00:00Z Il cinema di Pasolini e la tragedia Greca : la forza latente dell'irrazionale /library/oar/handle/123456789/144072 Title: Il cinema di Pasolini e la tragedia Greca : la forza latente dell'irrazionale Abstract: L’incisività dei due versi in epigrafe può essere accolta come cifra interpretativa delle caratteristiche più intrinseche dell’intera produzione poetica e cinematografica di Pier Paolo Pasolini, una delle figure più controverse e versatili della cultura italiana del Novecento. Sebbene ideologicamente influenzato dal marxismo, nonché politicamente vicino – e per un periodo anche iscritto – al Partito Comunista, Pasolini ha sempre “espresso un sicuro scetticismo nei confronti del ‘posizionismo’, ossia della necessità di vincolare un intervento critico a una posizione intellettuale e politica precisa”. Paradigmatica in tal senso è la scena dell’intervista de La ricotta (1963), in cui il regista (Orson Welles, doppiato da Giorgio Bassani) – alter ego di Pasolini – rispondendo alle domande di un borioso giornalista borghese (Vittorio La Paglia), recita la poesia pasoliniana 10 giugno a partire dal verso “Io sono una Forza del Passato”. Con tale scelta Pasolini, ribadendo la sua personale idiosincrasia verso il capitalismo, pone al centro della sua opera la dialettica irrisolta tra la fedeltà a un patrimonio culturale arcaico e l’imposizione di un modello di modernità, percepita come alienante e distruttiva. Fin dagli esordi, le pellicole pasoliniane sono state sempre imperniate sulla valorizzazione delle classi emarginate, la cui istintiva autenticità, in opposizione all’aridità morale della borghesia, offriva agli occhi del regista un terreno fertile per riportare in auge la consapevolezza della sacralità nella società moderna. L’umanità delle borgate e dei Paesi extra-occidentali, particolarmente cara a Pasolini, si colloca in una dimensione primigenia, non contaminata dalla logica di una società che si crede razionale, perfettamente organizzata, ma che in realtà è ormai assuefatta al consumismo capitalistico. Il presente lavoro si concentra sulla seconda fase del cinema pasoliniano, ovvero del cosiddetto ‘cinema di poesia’ (Edipo re, 1967; Teorema, 1968; Porcile, 1969; Medea, 1969) , visto come dispositivo espressivo capace di accogliere le dimensioni pre-logiche, mitiche e irrazionali. Scopo primario è di mettere in luce il ruolo determinante che la tragedia greca ha avuto nell’elaborazione della visione pasoliniana del sacro, associato dall’autore a un mondo arcaico e astorico. L’analisi muove dall’identificazione dei primi contatti di Pasolini con il mito greco e con l’irrazionale, inteso come substrato pronto ad emergere in circostanze dirompenti che si collocano all’interno di uno schematismo rigido e socialmente accettato. Nello specifico, sono esaminate alcune poesie pasoliniane che, assieme alle traduzioni dell’Orestea (458 a. C) di Eschilo e dell’Antigone (442 a. C.) di Sofocle, presentano in nuce le caratteristiche del classicismo antitradizionalista di Pasolini. A questa prima fase appartiene anche Il giovine della primavera (1940-1941), un soggetto cinematografico che dimostra come la scelta dei mezzi espressivi si coniughi con lo sviluppo di una ricerca interiore ed artistica insieme. Lo studio si sofferma poi sulla riscoperta della solennità del mito, percepito nell’antichità come custode delle origini dell’universo. Grazie al racconto mitico, le imprese di divinità ed eroi diventano patrimonio della memoria collettiva, rafforzando le radici culturali e alimentando il senso di appartenenza a una comunità. In tale accezione, il mythos si configura come verità primordiale resistente alla caducità dell’esistenza terrena. L’opera pasoliniana recupera l’autorevolezza della parola mitica, con lo scopo di immortalare tradizioni del passato che rischiano di essere rimosse dalla società moderna. Ed è questa missione poetica che induce Pasolini a creare il connubio tra linguaggio lirico e cinematografico, in cui la parola orale si fa presenza fisica, restituendo alla percezione visiva la funzione originaria del conoscere. Nel cinema pasoliniano riaffiora appunto il valore intrinseco di oida, che in greco antico si traduce con “io so, poiché ho visto”. Il verbo, infatti, nella forma del perfetto – ossia di un tempo che mostra nel presente l’effetto di un’azione avvenuta nel passato – allude a una conoscenza maturata da una visione retrospettiva. Al pari della rappresentazione teatrale, l’immagine cinematografica acquista allora una valenza primaria, in quanto consente una comprensione più profonda della realtà e una fissazione eterna nel tempo. “Ogni sforzo ricostruttore della memoria è […], in modo primordiale, una sequenza cinematografica”, afferma Pasolini in Empirismo eretico (1972). Tale principio trova conferma in Edipo re (1967) – oggetto di studio del primo capitolo di questo lavoro – dove l’esperienza personale di Pasolini e quella del sottoproletariato, immerse nel mito, testimoniano la permanenza di un’atavica religiosità nel mondo moderno. Nell’orientare il proprio sguardo verso un passato mitico, Pasolini si pone in linea con i tragediografi greci, che reinterpretavano il mito per ‘raccontare’ il presente in forma poetica e drammatica, riflettendo su problematiche esistenziali (quali il dissidio tra civiltà contrastanti e l’analisi introspettiva dell’essere umano) e sul rapporto tra l’umanità e il divino. Description: Ph.D.(Melit.) Thu, 01 Jan 2026 00:00:00 GMT /library/oar/handle/123456789/144072 2026-01-01T00:00:00Z Il cinema metareferenziale italiano : dal postfelliniano al contemporaneo /library/oar/handle/123456789/139427 Title: Il cinema metareferenziale italiano : dal postfelliniano al contemporaneo Abstract: Questa tesi indaga la metareferenzialità nel cinema italiano dal 1993 al 2023, con l’obiettivo di offrire una riflessione critica e teorica su film che meditano sulla propria natura di oggetti costruiti. Il lavoro parte dalla convinzione che la metareferenzialità non sia solo un espediente formale, ma una strategia narrativa e visiva profondamente legata al modo in cui il cinema mette in discussione se stesso e, più in generale, la natura della realtà e dell’identità. L’indagine si articola lungo tre assi principali: il primo riguarda l’attualità della metareferenzialità nel discorso critico contemporaneo e la sua rilevanza in un contesto culturale segnato da una crescente consapevolezza dei dispositivi di rappresentazione; il secondo si concentra sulla presenza della metareferenzialità nel cinema italiano degli ultimi trent’anni, evidenziando tendenze, ricorrenze e trasformazioni; il terzo propone il concetto di “metareferenzialità autoriale”, intesa come pratica ricorrente e strutturale in alcuni autori, attraverso cui le riflessioni sul cinema e sulla finzione si intrecciano con una visione del mondo e una poetica personale. La tesi si apre con un capitolo teorico di taglio interdisciplinare, che ricostruisce la riflessione sulla metareferenzialità nei campi della letteratura, del teatro e del cinema. Il secondo capitolo propone una mappatura della metareferenzialità nel cinema italiano contemporaneo, organizzando le opere analizzate in cinque tipologie descrittive: metacinema, intertestualità e intermedialità, forme documentaristiche, giochi di genere e la metareferenzialità autoriale. Seguono tre capitoli monografici, dedicati rispettivamente a Giuseppe Tornatore, Nanni Moretti e Paolo Sorrentino, scelti per la centralità e coerenza con cui integrano la metareferenzialità nei propri universi narrativi e nel loro timbro autoriale. In Tornatore, si osserva un uso costante di spazi insulari o chiusi – isole, stanze, teatri, case museo – come metafore delle cornici e dei dispositivi attraverso cui il soggetto costruisce senso e memoria: spazi che rivelano la mediazione insita in ogni esperienza umana. In Moretti, l’identità autoriale assume la forma di una performance consapevole e instabile, mai del tutto coincidente con il sé reale e sempre intrecciata con le grandi finzioni della sfera pubblica: la politica, la società e la cultura. La sua metareferenzialità si muove tra autobiografia, autorappresentazione e autoanalisi, ma sempre in relazione dialettica con la realtà cinematografica, storica e sociale. In Sorrentino, infine, emerge una concezione dell’identità come una finzione autentica da elaborare: il suo cinema suggerisce che il vero nodo non consista nel liberarsi dalle falsità, ma nell’imparare a costruire un’illusione che sia idonea alla propria natura. La finzione non è maschera da rimuovere, ma forma necessaria per esistere. Nel complesso, la tesi propone di leggere la metareferenzialità non come chiusura autoreferenziale, ma come gesto critico e narrativo che permette al cinema di esaminare se stesso e, insieme, i modi in cui si dà forma, senso e struttura alle esperienze individuali e collettive. Description: Ph.D.(Melit.) Wed, 01 Jan 2025 00:00:00 GMT /library/oar/handle/123456789/139427 2025-01-01T00:00:00Z Un'analisi dell'adattamento dell’inferno di Dante nel cinema e oltre /library/oar/handle/123456789/127686 Title: Un'analisi dell'adattamento dell’inferno di Dante nel cinema e oltre Abstract: L’obbiettivo di questa tesi è di analizzare come la cantica dell’Inferno di Dante Alighieri è stata adattata nel cinema, esplorando come questi adattamenti comunicano i temi dell’opera di Dante al pubblico contemporaneo. I risultati mostrano che l’influenza di Dante sulla cultura popolare trascende i secoli, influenzando vari campi tra cui la letteratura e il cinema. La Commedia in particolare la cantica dell’Inferno ha ispirato vari registi a tradurre la sua vivida rappresentazione dei peccati e delle loro punizioni in film. Questo studio attraverso libri come Dante, cinema & Tv di Iannucci ( a cura di) esplora il modo in cui i registi hanno interpretato l’opera dantesca nei loro film. Un adattamento rivoluzionario è il film Inferno (1911), diretto da Francesco Bertolini, Adolfo Padovan e Giuseppe de Liguoro. Questo adattamento è stato il più fedele alla cantica, ricreando le scene narrate utilizzando effetti speciali. Con i progressi tecnologici e il cambiamento dei valori sociali, gli adattamenti sono evoluti. La tesi comprende tre capitoli. Il primo capitolo discute alcuni significanti adattamenti cinematografici italiani e americani, dai primi film muti come Il Conte Ugolino (1909) agli adattamenti più recenti. Il secondo capitolo approfondisce le peculiarità dell’Inferno (1911) della Milano films, mettendo in risalto le sue caratteristiche distintive. Il terzo capitolo esamina l’adattamento del Quinto canto da parte di Roberto Benigni attraverso la recitazione dal vivo, evidenziando la sua capacità unica di umorismo e profondità emotiva. Questa ricerca rivela come registi e artisti hanno reinterpretato l’Inferno di Dante in diversi contesti culturali e temporali. Analizzando le scelte stilistiche, la ricerca sottolinea l’impatto dell’opera di Dante sulla narrazione visiva, rendendola più coinvolgente per il pubblico moderno. Questa esplorazione arricchisce la nostra comprensione del cinema e della rappresentazione di temi complessi, illustrando la rilevanza contemporanea del capolavoro di Dante. Description: B.A. (Hons)(Melit.) Mon, 01 Jan 2024 00:00:00 GMT /library/oar/handle/123456789/127686 2024-01-01T00:00:00Z